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"In una lingua che non so più dire" il nuovo libro di Tea Ranno

22 October 2007

“In una lingua che non so più dire” di Tea Ranno, Edizioni E/O, pagg. 222 € 17,00.


Dopo il successo di “Cenere”, la scrittrice siciliana si ripresenta al suo pubblico, a distanza di soli diciannove mesi, con un nuovo romanzo. Una storia diversa, contemporanea, in cui la Ranno dimostra grande versatilità di scrittura. Cenere è ambientato nel Seicento e lo stile barocco si identifica con la storia narrata.”In una lingua che non so più dire” racconta di stragi mafiose, di attentati delle Br. Andrea, il personaggio chiave del nuovo romanzo, è un giudice combattuto tra Milano e la Sicilia, sua città d' origine. Un uomo concreto, asciutto, severo, che ha sempre saputo cosa chiedere alla vita.. Arriva per tutti il momento di saldare il conto con il proprio destino, umili e potenti, e il giudice si ritrova solo, colto da infarto, a meditare sulla sua esistenza. I flash back della memoria si snodano lucidi a rinverdire gli affetti perduti. Un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca dell'Isola Felice, l'infanzia, la spensieratezza, i rimbrotti benevoli del nonno. E poi Teresa, che incarna i sapori genuini, il profumo delle frittelle, le conserve di pomodoro, gli anni innocenti del Liceo. Teresa si erge candida e maestosa come la cima di una montagna imbiancata, un gigante con cui confrontarsi. Teresa è il rimorso, le crisi di coscienza, la polvere che scivola dentro il pugno e non si può più afferrare.
Le pagine del romanzo scorrono fluide, leggere, sospese tra realtà e sogno. Tea gioca a mescolare rimpianti e ricordi con grande scaltrezza, ha la capacità di trasformare le parole in suoni, sembra quasi di sentirlo lo scalpiccio del mulo, lo stridere del portone arrugginito, il vento che ulula. Anche le balbuzie del nonno sono una brillante trovata letteraria, a rallentare il tempo, a scandagliarne i frammenti ed estrarre da esso tesori inestimabili. E poi il finale amaro, come amari sono tutti i ritorni, quando ci si illude di poter trovare le cose così come si erano lasciate, sperando che le leggi inclementi del tempo non le abbiano scalfite. E invece...


E invece... Tea, partiamo proprio da questa frase lasciata in sospeso: il tempo, il viaggio a ritroso nella memoria. In questo romanzo ci sono i ricordi, i profumi perduti, la nostalgia; è una storia delicata e soffice come una piuma, che scava nell'animo umano con un profondo lavoro di introspezione. Ho colto nel segno?


Sì, hai colto perfettamente. Mi piaceva - scrivendo - giocare col senso di lievità che è proprio di certi ricordi: la vaghezza, quel loro farsi nebbia, nuvola, spuma di mare. E il loro immancabile tramutarsi in macigno quando la realtà si sostituisce alla fantasia. Quello che racconto è un tempo lieve che diventa di piombo mano a mano che Andrea ripercorre lo spazio tra Milano e la Sicilia, e torna ai luoghi dai quali era partito, anzi, dai quali si era staccato con un taglio netto, di quelli che non ammettono ritorni. E per quarantadue anni era stato così: il giudice si era alimentato di fantasie vaghe e leggerissime, inventando per Teresa la vita che lui stesso le aveva destinato: laurea, matrimonio, figlie, vita mondana in una Londra letteraria e irreale. Sogni che erano diventati la spina dorsale della sua vita fasulla condotta a Milano. E invece… la sorte riserva tutt’altro.

Qual è il messaggio che il romanzo vuole trasmettere?

Non credo che il romanzo abbia un messaggio da trasmettere, almeno, non nelle mie intenzioni: ho raccontato la storia di una partenza e di un ritorno.
Una partenza che, nei propositi del protagonista, avrebbe dovuto portare a una vita più libera: il Continente, Milano, le donne, la libertà sessuale, la partecipazione a eventi di cui in Sicilia, spesso, giungono soltanto gli echi. Una visione profondamente egoista, perché il ragazzo Andrea all’inizio pensa soltanto a se stesso. Certo, l’amore per Teresa è una spina, ma qualcuno provvede a informarlo che lei s’è già fidanzata e non pensa certo a lui. Una menzogna. Che sarà il fondamento di altre menzogne. E di menzogna in menzogna la vita del giudice andrà avanti, falsa “come può essere falso un set cinematografico in cui si ubbidisce a un copione che mette in scena la vita”.
Poi c’è il ritorno. Una necessità che nasce all’improvviso una mattina d’estate in piazza Duomo. Andrea sente alcuni ragazzi parlare nella lingua del suo paese e quelle parole sono come rasoiate nello stomaco, acido che sfalda la crosta delle abitudini e gli restituisce, intatto, il mondo di quando era bambino. Il bisogno di tornare - scansato per quarantadue anni - diventa fortissimo, così Andrea prende il treno (non l’aereo, no, ha bisogno di avvicinarsi lentamente per non soccombere a un impatto troppo violento con l’isola) e ripercorre lo spazio che lo riporta all’origine di tutto.





La scrittura. Sei passata da uno stile barocco, molto ridondante, a uno più asciutto ed essenziale. Quanto è importante e professionale per uno scrittore avere questa capacità di adeguare un linguaggio ogni volta diverso alle proprie storie?

E’ la storia che ti chiede di essere raccontata in un certo modo. Quando ho scritto di Stèfana avevo bisogno di uno stile ricco, visionario, fortemente evocativo, capace di ricostruire il mondo di stucchi e parvenze nel quale si muovono i secenteschi personaggi di Cenere. Questa di Andrea e Teresa è una vicenda ambientata nel duemila, il linguaggio doveva essere necessariamente diverso, più attuale, altrimenti la storia non sarebbe stata credibile.

Andrea è un personaggio di grande spessore, riesce da solo a sostenere tutta l'impalcatura architettonica del romanzo, anche se poi con lo scorrere della pagine cresce e giganteggia la figura di Teresa, il personaggio femminile, quasi ad annientarlo. E' stata una tua precisa scelta?

No. In genere non c’è nulla di predeterminato nei miei romanzi. La storia evolve secondo la sua necessità: a differenza di Cenere, in cui avevo chiarissimo l’inizio del romanzo, in questa di Andrea sono partita dal cuore: avevo scritto un racconto che poi è diventato la parte centrale della narrazione, e intorno a questo nucleo ho cominciato a tratteggiare l’intera vita dei due protagonisti. Andrea è colui che ritorna, quello che ha tanti conti da saldare. Teresa è quella che aspetta. Ma è anche la donna che incarna il sogno. E i sogni, si sa, sono lievissimi. Ma pesanti come macigni quando, con gli occhi aperti, si torna alla realtà.

E' più importante nella vita essere Teresa o Andrea?
Potrei dire che sono il tanto di bianco e di nero presente in ognuno di noi: l’evanescenza e la concretezza, l’amore grande e il compromesso con la realtà, l’ideale e la prosaicità. Se però dovessi proprio scegliere: meglio Teresa. E’ più importante, nella vita, abbandonarsi alla passione, con tutte le conseguenze che comporta, piuttosto che trascinarsi dentro una vita falsa, in cui non ci si riconosce assolutamente.

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