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Il diadema di pietra visto da Grazia La Paglia

La banalità della violenza nell'ultimo romanzo di Roberto Mistretta

La banalità della violenza. - Presentazione del libro “Il Diadema di pietra” di Roberto Mistretta.





È una storia, quella de Il diadema di pietra, che porta avanti varie denunce, rispettando quello che è lo stile dello scrittore Roberto Mistretta, quello del giallo impegnato. E tra le tante denunce che porta avanti, quella su cui mi vorrei concentrare, e quella che mi sembra emergere con la discrezione tipica della scrittura dello scrittore, è quella della denuncia della società moderna in cui noi viviamo. Una società vuota che persegue il culto dell'immagine, superficiale e con logiche anche assurde che ci spingono fino ad azioni estreme per il rispetto di quello che è .

Queste caratteristiche emergono dalla contrapposizione tra due storie completamente opposte e che si cristallizzano nella figura di Agatina “La Catanisa”, che incarna quella vuotezza che caratterizza la nostra quotidianità.




“Da noialtri in Sicilia si ammazza per i tre soliti motivi: onore, quattrini e sangue”. (pag.253). Così parla Rosalia, l’assistente sociale di cui è innamorato il maresciallo Saverio Bonanno. Ma altrove, in posti lontani e a noi sconosciuti, non si ammazza per onore: si ammazza per ben altri motivi. Si soffre e si muore in contesti più disperati, tra le bombe e la violenza dei soldati in divisa, che combattono per patrie e nazioni che hanno solo l’interesse di versare sangue se quel sangue è di un’etnia diversa.

È qui che appare il primo dualismo, la prima contrapposizione tra diverse realtà e contesti che si delinea dal confronto tra due diverse storie.




Da una parte quella di Agatina Piditella, della La Catanisa, che genera un fiume di sangue per una questione di onore: non accetta il tradimento del marito. Così, consorte e amante moriranno durante il loro connubio d’amore.

Dall’altra parte, abbiamo la storia di Mishna, bambino kosovaro che si ritrova in una guerra non sua. Vedrà uccidere il padre per mano dei serbi, e assisterà al suicidio della madre, disperata dopo la violenza sessuale subita sempre dai serbi. Infine, si ritroverà schiavo tra le strade delle città siciliane, dove farà il lavavetri nella piena indifferenza della nostra società.




È qui che il libro ci porta a riflettere su quella che io definirei la banalità della violenza che nasce dalle mani di Agatina, che sparge sangue per far si che non venga ulteriormente infangato il suo Onore. Anche Mishna, come Agatina, cercherà vendetta. Ma è ben comprensibile come siano ben diversi i motivi che portano questi due personaggi alla ricerca di una giustizia personale. Mishna ucciderà l’uomo brutale che sfrutta la zia come prostituta e lui e il cugino come lavavetri. Si sporca le mani di sangue in un'età dove i suoi coetanei non conoscono le pistole, ma giocattoli. E, dopo aver ottenuto vendetta, riprenderà i suoi stivali, come da rituale, seguendo gli insegnamenti del padre Serge che, quando era ancora in vita, gli aveva insegnato che “un uomo senza i suoi stivali è un uomo nudo, figlio mio. Non permettere mai a nessuno di toccarteli. Ovunque si nasconda quel soldato, lo troverai e ti riprenderai quello che ti appartiene, Mishna. Verrà il giorno della vendetta …”.

E il giorno arriva: vendica la morte dei genitori e libera se stesso, il cugino e la zia dallo sfruttamento e dalla schiavitù. Si vendica e riprende la sua libertà e, soprattutto, riprende i suoi stivali.




Dal confronto tra queste due storie che ci si rende conto di quanto sia futile versare sangue per questioni di tradimento e onore. Forse, se Agatina avesse conosciuto la storia terribile e orribile di Mishna, la sua inutile voglia di vendetta sanguinaria si sarebbe placata.




Altro dualismo che ci fa comprendere quanto sia stupida e crudele la vendetta di Agatina di fronte a tragedie ben più grandi come quella di Misnha è la scelta che prendono due donne del romanzo davanti il loro stato di gravidanza.

Il marito della Catanisa aspetta un bambino dalla sua amante e scelgono di tenerlo poiché frutto dell’amore, a costo di distruggere le loro vite e di tirarsi addosso l’odio dei legittimi e rispettivi coniugi. Ma la Catanisa, imbottita dal culto dell’apparenza tipica dello status borghese a cui appartiene e dal quale non si vuole distaccare non accetta di subire uno sfregio simile. Lei non ha mai potuto dare un figlio al marito, e comunque non si è mai trattato di un matrimonio nato sull'amore. Adesso lui vuole tenere il frutto dell’amore nato con un’altra donna. Agatina sceglie, allora, la strada del sangue.

Diversamente, la madre di Mishna porta in grembo un frutto dell’odio, frutto dello stupro subito. Sceglierà di porre fine alla sua vita. “Ha sentito troppe volte di neonati generati dalla violenza etnica. Creature innocenti strappate alle madri e scaraventate nei dirupi…come potrebbe far accettare a Mishna quel fiore velenoso custodito nel suo ventre?”

Agatina, invece, ucciderà il frutto di un amore solo per invidia e disprezzo.




Mi torna in mente una frase della scrittrice Natalie Ginzburg che nell'opera teatrale La Segretaria scrive “la gente getta via la vita come fosse un secchio d'acqua sporca”.

Quotidianamente, tutti noi buttiamo via la vita come fosse acqua sporca, e qui sta un grande messaggio del romanzo, che si cela dietro questi dualismi. Dalle guerre e dai conflitti che nascono in paesi lontani, e che sembrano non riguardarci, ai delitti di onore che possono nascere nella vita calma e perfetta di persone per bene, che perseguono il culto della propria immagine e che, per difenderla, sono disposte a commettere azioni crudeli.

Agatina è la rappresentazione a mio avviso della società dell'immagine, dell'indifferenza e dell'egoismo con cui conviviamo pur non rendendocene conto. Viviamo in una società che Pasolini definisce borghesizzata, dove il culto di se, del proprio status conta sopra ogni altra cosa. Una superficialità e una vuotezza di valori che può spingerci, come nel caso estremizzato di Agantina, ad azioni irrazionali, a far ricorso alla violenza e, nel caso specifico, al non duplice ma plurimo omicidio per futili motivi. Una banalità della violenza a cui ricorriamo anche noi senza rendercene conto. Noi siamo come Agatina, agiamo spesso con odio e risentimento, disprezzo per motivi che appaiono all'improvviso futili se vengono messi in paragone a contesti molto più drammatici, dove si lotta quotidianamente per la sopravvivenza, per non essere calpestati.




La violenza è sempre illogica, è sempre un'azione aberrante. Ma lo diventa ancora di più se si ricorre ad essa per onore e culto di se senza pensare che le vere tragedie della vita sono ben altre, senza pensare che la vita, in ogni sua circostanza, non è dell'acqua sporca ma un dono prezioso.




Ma ciò che, a mio parere, colpisce di più in tutta questa storia è la denuncia sociale che l’autore ci sussurra.

Ed è sempre il piccolo Mishna il testimone, l’esempio di ciò che nasce dalla nostra indifferenza e dalla superficialità della nsotra quotidianità. Siamo troppo presi dai nostri mille impegni per prestare attenzione a chi, ai margini delle strade, ci lancia un urlo con gli occhi, in cerca di aiuto.

Tutti i giorni, ai bordi delle strade, incontriamo tanti Mishna. “Gli orfani della guerra non hanno nome e sono attrezzati con strumenti di fortuna. Quanti orrori concepiscono gli uomini con le loro guerre infinite…(pag194-197).

La storia di Mishna diventa una metafora di quel silenzio a cui sono condannati gli extracomunitari che scappano da condizioni di sofferenza e che qui, da noi, trovano solo diffidenza e leggi che sfiorano il razzismo.

La storia dei profughi del Kosovo, nel libro di Mistretta, è quasi sussurrata tra gli intrecci diabolici costruiti da Agatina. Mishna vuole riportare la nostra attenzione sulle politiche sociali di oggi, sui nostri atteggiamenti freddi ed egoistici verso chi è più debole.

E non può che non essere attuale questa tematica, in un periodo in cui la vita politica cerca di reprimere il fenomeno dell'immigrazione con modalità che son ben lontane dalla solidarietà e dall'altruismo, dove si grida all'assassino, al criminale, solo perchè si è clandestini. Senza renderci conto che tra i clandestini si celano sia carnefici che vittime senza voce, perchè la voce siamo noi a toglierla, con il nostro atteggiamento del non sento e non vedo.

La nostra indifferenza li rende muti e ci rende ciechi: non riusciamo a vedere l’orrore che si cela dentro gli occhi dei tanti Mishna. Ruba, importuna: è da condannare. Ma forse vuole solo la libertà e riprendere ciò che gli è stato portato via: gli stivali con cui tornare a casa.



Grazia La Paglia



Articolo inserito il 22/09/2010

Ulteriori approfondimenti su: http://liberaparola.ilcannocchiale.it/2010/08/29/la_banalita_della_violenza_pre.html

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