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Giudici di frontiera recensito da Alfonso Giordano

Mussomeli 10 settembre 2011, presentazione del libro di Roberto Mistretta

GIUDICI di FRONTIERA

I.- Sono veramente lieto — e sento di doverne ringraziare il Sindaco Salvatore Cala - di poter contribuire a presentare l'interessante volume di Roberto Mistretta «Giudici di frontiera» edito dall'editore Salvatore Sciascia.che raccoglie una serie di interviste (centrate sul tema della mafia, ma allargate a tutto campo in modo da far emergere l'umanità dei personaggi cui si riferiscono, la loro personalità le vicende di una vita divenuta giocoforza blindata ) nei confronti di sei magistrati che si trovano da tempo, per l'attività espletata con rigore e fermezza, nel mirino di coloro che tramano per impedire col delitto che la giustizia faccia il suo corso¬si tratta di interviste approfondite ai magistrati Giovambattista Tona, Sergio Lari, Antonino Patti, Domenico Gozzo, Onelio Dodero e Ottavio Sferlazza. Tutti costoro sono accomunati non soltanto dalla professione che esercitano, ma anche dal regime di vita che sono costretti a mantenere a cagione delle minacce più volte indirizzate nei loro confronti che in qualche caso — come è avvenuto al collega Sferlazza — si sono purtroppo anche concretamente manifestate, e convertite (probabilmente) in principio di esecuzione.
Credo sia noto che io conosca bene quel tipo di vita ( per averlo sperimentato di persona) il quale costituisce ormai, purtroppo,un triste appannaggio di coloro che svolgono le proprie funzioni nelle fila della magistratura giudicante e requirente, in zone funestate dalla mafia. Tale coatto regime di vita mortifica certamente il nostro istinto di libertà e avvilisce la nostra intimità, quella, per intenderci, che in inglese viene designata col termine ben noto di privacy. Sentimento che è in genere tanto più sviluppato quanto più raffinata è la personalità di colui che ne subisce la violazione. Ciò è indiscutibile, anche se è egualmente da osservare che la consuetudine di vita con gli elementi delle forze dell'ordine incaricati del delicato compito di scortare il magistrato, finisce col generare fra i soggetti del rapporto un vincolo di vera e propria amicizia. Circostanza codesta la quale mitiga in parte il disagio dovuto alla inevitabile compressione della sfera privata prodotta dalla peculiare situazione. E' ciò che leggiamo, infatti, nell'intervista a Sferlazza, a pie della pag. 189 del libro in considerazione in cui quest'ultimo dichiara testualmente che i ragazzi della scorta erano divenuti come «componenti della sua famiglia». Analoghi concetti, medesima conclusione leggiamo nelle dichiarazioni di Gozzo ( pag. 133, intervista a Domenico Gozzo).
Naturalmente, le diverse personalità degli intervistati fanno sì che ogni loro intervento possieda una propria autonoma struttura, un peculiare taglio; e quindi rappresenti un sintomatico apporto al tema centrale che è naturalmente costituito dall'analisi del fenomeno mafioso tipico, ovvero anche nelle sue possibili derivazioni (come quella della scidda) delle sue manifestazioni territoriali, dei mezzi reputati necessari per la sua agognata eliminazione. Va, comunque, segnalata la particolare abilità dell'intervistatore che conduce il discorso con piena consapevolezza degli argomenti, con minuziosa preparazione in ordine al retroterra delle domande, dando la sensazione di offrire al soggetto interrogato un preciso e puntuale riscontro con gli argomenti affrontati, che, da un lato, giova alla chiarezza della risposta e, dall'altro, stimola l'interesse del lettore.
2.- In generale può, quindi, dirsi che il volume rappresenti un'efficace messa a punto per la conoscenza del tristo fenomeno che affligge la nostra isola. Noi in questa occasione ribadiamo la nostra convinzione che alla fine, persistendo con serietà ed impegno nell'azione intrapresa, riusciremo a debellarlo, forti anche della giusta osservazione dovuta al collega Tona ( v. sua intervista p. 50 ) il quale ha esattamente ricordato come in ogni tempo vi sono stati siciliani che si sono opposti con coraggio e perseveranza alla tracotanza mafiosa, contrastandola a viso aperto. Siciliani che hanno compreso la pericolosità del fenomeno nella sua caratteristica non soltanto di associazione per delinquere, ma anche e soprattutto, di fatto di costume, modalità di vita, metro di esistenza. Il fascino della facile ricchezza conseguita attraverso il delitto, specie con il devastante spaccio degli stupefacenti, ha certamente contribuito al ed. «mito» della mafia. Mito che nella ricordata intervista di Giovanbattista Tona viene definito come il concime forte della mafia. Mito cui ha di certo non poco contribuito la vantata sua inafferrabilità e conclamata impunità giudiziaria , sfatata come è noto dalla sentenza del ed. maxiprocesso conclusosi in primo grado a Palermo con la sentenza del 16 dicembre 1987, pronunciata dopo un dibattimento durato ben 22 mesi, e sostanzialmente definita dalla Cassazione con la memorabile decisione del gennaio 1992.
Quel megaprocesso segnò certamente l'inizio di una parabola discendente della mafia, la quale non è stata certamente vinta, ma è rimasta sicuramente gravemente vulnerata negli aspetti più intimi, e per essa vitali, di associazione criminale segreta perché fino allora ammantata dal velame di una asserta affabulorietà, falsa di certo, ma frutto d'una propaganda sottile e insidiosa, la quale aveva fatto a suo tempo breccia persino in alcuni ambienti della magistratura. E il ricordo di quel fondamentale processo è certamente legato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che l'avevano sapientemente istruito. E tale sacra memoria percorre tutto il libro, aleggia impetuosamente anche là dove non venga espressamente richiamata dai singoli intervistati. Ne costituisce come una colonna portante, come un filo conduttore, come l'intento programmatico cui tutta l'opera si ispira.
Ma nel suo complesso l'elaborazione del fenomeno, quale si ricava dai vari interventi, dettagliata e puntuale, non dimentica altri eroi, altri martiri, il cui sangue è venuto a ingrossare la lunga scia che ha costituito il doloroso contributo che la Magistratura italiana ha dovuto offrire alla legalità e alla nazione; e ciò sol per aver adempiuto con dirittura morale e coraggio ai doveri derivanti dal suo ministero. «Basta far bene il proprio lavoro per diventare un bersaglio» come bene dice il collega Gozzo nella sua intervista a pag. 132 del libro in esame.
3.- Sono doverosamente ricordati nel volume Rocco Chinnici, ( intervista Tona, pag. 34) Gaetano Costa ( ibidem, pag. 35) Bruno Caccia il procuratore della Rep.ca di Torino assassinato dalla 'ndrangheta calabrese ( intervista Dodero, pag. 152) Giangiacomo Ciaccio Montalto ( intervista Lari, p. 57), Rosario Livatino, l'indimenticabile «giudice ragazzino» (intervista Sferlazza pag. 190) Alberto Giacomelli ucciso quando era già stato collocato in pensione ( ancóra intervista Lari, pag. 57). E poi v'è un commosso ricordo di un eroe dimenticato che molto mi ha colpito e commosso, perché non soltanto la vita è spesso ingiusta con gli uomini, ma in qualche caso ne è anche la loro storia, cioè il ricordo che viene tramandato ai posteri della loro opera. E' questo certamente il caso del povero dimenticato Antonino Saetta proditoriamente ucciso sullo stradale Agrigento -Caltanissetta il 25 settembre 1988. Una coscienza intemerata e limpida, come limpidi erano suoi occhi cerulei che rivelavano la chiarezza della sua anima. Pochi lo ricordano e fra questi giustamente il collega Sferlazza (nell'intervista citata, pagg. 190-191) che ne lamenta l'ingiustificata e ingiusta indifferenza con la quale la sua morte atroce e il suo sacrifìcio sono stati accolti. Poiché è la prima occasione pubblica che mi dà l'occasione di ricordarlo desidero spendere qualche parola in favore d'un uomo per la cui morte non si sono create fondazioni con ricche dotazioni economiche, con apparati appositamente destinati a tener desta la sua memoria.
Era un uomo semplice e schivo. Pur essendo una persona ben educata aveva un modo di parlare che indipendentemente dalla sua volontà, forse per la prediletta brevità dell'eloquio, poteva sembrare brusco. Era, tuttavia, una persona certamente assai tormentata cui la vita non aveva di certo risparmiato le difficoltà e le sofferenze. Il figlio Stefano (che poi sarà trucidato con lui, mentre ritornavano in auto a Palermo dopo aver partecipato al battesimo d'un nipotino svoltasi a Canicattì) aveva sofferto di disturbi psichici. E naturalmente il padre con la famiglia, anche se poi il figlio aveva superato vittoriosamente quella patologia, avrà certamente sofferto a causa di quella delicata vicenda . A me consta personalmente che egli cercasse serenità e che a tale scopo per consiglio medico aveva cominciato a frequentare un corso di yoga, lo stesso che anch'io ho seguito per numerosi anni convinto, com'ero e come sono, che tale tipo di ginnastica servisse a secondare l'equilibrio psicofisico dell'individuo. Fu in quel tempo che ebbi modo di frequentarlo, se così si può dire, perché egli si manteneva estremamente riservato e chiuso in un signorile riserbo.
Ma c' è una ragione precisa e peculiare per me di onorarlo e di ricordarlo che è intimamente connessa con l'attività giudiziaria da me svolta nel gigantesco processo precedentemente da me ricordato. Egli fu certamente ucciso perché, dopo aver presieduto la Corte d'assise d'appello di Palermo che pronunciò le sentenze di condanna per l'omicidio del capitano Basile dei CC. e per la strage Chinnici, dimostrando piglio severo e disdegnando i numerosi tentativi di corruzione da parte mafiosa che furono comprovati nel processo intentato contro i mandanti e gli esecutori di quella strage. Tali precedenti avevan fatto sì che Antonino Saetta fosse il candidato più probabile e più accreditato a presiedere l'appello del maxiprocesso alla mafia che in primo grado, come credo sia noto, fu da me presieduto. Sicché il movente della sua uccisione — come fu fatto osservare giustamente in un suo scritto dal figlio sopravvissuto Roberto — fu triplice : vendetta per l'attività espletata; intimidazione per coloro che gli sarebbero subentrati, prevenzione di fronte al pericolo di una deprecata presidenza nel processo d'appello nei confronti della sentenza del maxiprocesso.
Basterebbe quindi questo commosso ricordo per dar conto della utilità del libro che mi onoro di contribuire a presentare.
4.- Ma un altro ricordo — magnifico, rutilante nella sua intensità umana e drammatica, balza da queste pagine con una vivezza che affascina. Attraverso le parole commosse di chi ben lo conobbe ed ebbe occasione di frequentarlo ( v. intervista a Giovambattista Tona , pagg. 30 e segg.) viene rievocato don Pino Puglisi, il martire di Brancaccio. La figura esemplare e luminosa di questo sacerdote, che altro non ha fatto che applicare i precetti evangelici — com'era suo preciso dovere — anche nel diffìcile quartiere di Brancaccio, ad alta densità mafiosa, emerge con il risalto che merita. Ed.emergono le ragioni, i moventi della sua soppressione da ritrovare negli insegnamenti cristiani che il parroco quotidianamente impartiva ai giovani del quartiere. Quegli insegnamenti furono ritenuti pericolosi dai mafiosi perché a loro parere minavano alla base l’humus che fa allignare «cosa nostra» nell'animo di soggetti spesso sprovveduti che ne assorbono come verità incontrovertibili i canoni ingannevoli, la pseudofilosofia di vita di cui la mafia si nutre e con cui cerca di giustificare, mistificandola, la sua esistenza.
Si comprende dalla lettura dalla citata intervista come quel contatto diretto, persuasivo, dotato di quella autorevolezza che nasceva dall'abito talare, ma anche dalla personalità di chi lo metteva in essere, fu giudicato mille volte più efficace di scritti criptici o di fumosi discorsi televisivi di gente che sa bene di non rischiare nulla assumendo con sussiego atteggiamenti superiormente catoniani ma che in realtà si esauriscono soltanto in quel che i latini chiamavano vacua verba.
5.- Il volume offre, poi, pur nella singolarità e diversità degli interventi che racchiude, un tratto decisamente e felicemente omogeneo là dove Mistretta ha cura d'indagare sulle ragioni che hanno consigliato ciascuno degli intervistati ad affrontare vittoriosamente il concorso pubblico bandito dal ministero della Giustizia e a divenire magistrato. E' una domanda rivolta a persone che hanno quasi dovuto rinunciare alla libera esplicazione della loro esistenza per svolgere la missione loro assegnata, che con coraggio e pazienza certosina devono sopportare una seria compressione della loro vita di relazione, che sentono spesso intorno a loro aleggiare il pericolo che le forze del male ricorrano ancóra una volta alla violenza indiscriminata delle stragi che hanno avvilito e funestata la nostra bella e sventurata isola. Ma la risposta è pressoché identica per tutti e sei i personaggi intervistati. Si basa certamente sulla convinzione ragionata e fortemente sentita della legalità che ha informato i loro studi come espressione di libertà ( sarebbe il caso di ricordare la frase ciceroniana: servi legis sumus ut liberi esse possumus che informa la regola fondamentale del vivere civile); ma che discende anche da un quasi ancestrale modo di pensare che si forma nel culto dei domestici lari, cioè nell'alveo caro dei valori familiari dove la nostra personalità riceve un'impronta incancellabile. Per me figlio di magistrato fu naturale pensare di avviarmi nella stessa carriera di mio padre. Carriera che quando io assunsi la toga era considerata prestigiosa e priva di pericoli perché nel periodo fascista dal quale uscivamo dopo una guerra rovinosa nessuno osava neppur pensare non dico di attentare alla vita di un magistrato, ma di rivolgergli qualunque altra forma di violenza. E per giunta la mia entrata in magistratura coincise con la perequazione dei nostri stipendi che allora fece tanto rumore.
Viceversa, quando i colleghi intervistati scelsero la magistratura le cose stavano già diversamente. Essi sapevano del mutato clima, conoscevano la strategia mafiosa dell'aggressione nei confronti di coloro che li contrastavano giudizialmente. Eppure essi non hanno esitato ad intraprendere una carriera che oltre a rare e magre soddisfazioni comporta gravi e seri pericoli. Meritano, perciò, una particolare menzione, dovrebbero esser additati dai cittadini con sincera gratitudine. Tali essenziali riflessioni e considerazioni l'attento lettore dovrà pur trarre dalla lettura del libro di Roberto Mistretta.
5.- Ma, procedendo questa volta a ritroso, non vorrei mancare di far cenno della parte introduttiva dell'opera dovuta esclusivamente al giornalista scrittore il quale, con magistero di stile, affronta l'argomento del ritorno trionfale della mafia insieme con le truppe americane che sbarcarono in Sicilia nel 1943 a séguito del patto scellerato passato alla storia come «Operazione Husky». Patto che concretò un accordo fra gli americani e i mafiosi. Il Mistretta sulle orme delle indicazioni dello scrittore Michele Pantaleone ricostruisce quelle ore fatali e racconta l'attività spiegata in quell'occasione dall'indiscusso capomafia don Calò Vizzini despota di Villalba ( borgo feudale sperduto nel vallone a nord di Caltanissetta) e l'opera affrancatrice svolta nella vicina Mussomeli da zu' Peppi Genco Russo che succederà al primo nella funzione di patriarca dispensatore di benefìci che poco importava collimassero con la legalità. E — come acutamente osserva l'autore nelle pagine introduttive del libro che commentiamo — il triste fenomeno si perpetua e in quella abbandonata provincia nella quale la gente ( ieri come oggi) «si riconosce nella figura di chi interpreta i propri bisogni e si fa garante nel risolverli, poco importa se sia un mafioso, un politico, il potente di turno o un uomo dabbene».
Sono parole coteste — che ho avuto cura di riportare testualmente — coraggiose insieme e spietate, le quali, nella loro essenziale, indiscutibile verità, colgono il fenomeno con maggior rigore intellettuale e aderenza, al vero di quanto non facciano millantate relazioni ministeriali strapagate o conclusioni di inchieste parlamentari.
C'è da un lato un popolo di venti stirpi, il popolo siciliano, abituato per secoli a subire la bieca dominazione, l'occhiuta rapina di gente straniera avida e proterva, dall'altro, uno Stato lontano anni luce che si presenta col volto arcigno dell'esattore delle tasse. Chi si frappone, viceversa, a guisa di volontario intermediario, ha il volto noto (e apparentemente bonario) del paesano, dell'uomo che incontriamo tutti i giorni della nostra vita.
Si costruisce così come una catena, si sfocia in un fatto di costume, uno stile di vita. Lo Stato è lontano e nemico; ma ecco che s'interpone una strana e misteriosa aggregazione che opera concretamente come un antistato assumendosi in supplenza il compito di mantenere l'ordine, col ricorso consentaneo della forza e che è rappresentata da uomini significatamene autodesignati quali uomini d'onore, perché sanno ricompensare la tua fedeltà sicché tu possa, a tua volta, ricambiare il favore ottenuto se e quando ti sarà richiesto.
Perciò è importante che si abbia la prova che lo Stato è vicino che esso si sacrifichi, lotti per te, allo scopo di far sì che la tua vita si svolga nell'ordine e nella serenità. E' questa l'importante lezione che emerge da tutte le pagine del libro del Mistretta che pone in risalto come soprattutto nei giovani si faccia strada la coscienza di partecipare all'avvento di una nuova Sicilia. Quegli stessi giovani ad es. che a Caltanissetta parteciparono alla manifestazione che l'elegante grafica del volume di cui mi son fin qui occupato'ha messo in risalto nella foto di copertina. Ma che sono oggi in ogni città della Sicilia, costituendo un buon presagio per le generazioni future.
Certo lo Stato è un ente astratto. Esso è rappresentato da soggetti umani. Bisogna, dunque, che la gente di Sicilia abbia la sensazione che le persone che rappresentano lo Stato agiscano nel suo interesse. E tutti coloro che sono stati intervistati da Rosario Mistretta nel libro in questione sono soggetti che a causa del loro lavoro sopportano un tipo di esistenza sacrificata, un genere di vita che assai somiglia ad una posizione di guerra in trincea.
Il sacrificio di tanti magistrati che in parte abbiamo insieme ricordato, fattuale stato di cose in cui finalmente la Sicilia sembra comprendere ciò che una schiera intrepida di uomini ha fatto e fa, per affrancarla finalmente da uno stato di umiliante servaggio durato per secoli e che tuttora perdura, duro a scomparire, ma che avverte già l'ondata piena dell'opinione pubblica che finalmente insorge contro le forze oscure che l'hanno posto in essere e alimentato negli anni.
Ma occorre che il popolo siciliano senta che lo Stato gli è vicino, che lotta nel suo interesse. E come potrebbe pensare diversamente dopo tutto il sangue versato, dopo tutto il male che la mafia ha operato in suo danno, macchiando indelebilmente nel mondo il suo nome, la sua fama di patria di gente onesta e laboriosa? Tuttavia, non ci nascondiamo che la via è ancóra lunga e difficile. Ma occorre insistere: spiragli di luce brillano nel sole della nostra bella isola.
In quest'ottica, l'opera di cui abbiamo diffusamente parlato, la quale ha il merito di squarciare il velo che copre gelosamente esistenze umane in quotidiano sacrificio per il trionfo del bene, riveste certamente un ruolo la cui importanza dev'essere onestamente riconosciuta e vigorosamente proclamata, insieme col fidente auspicio della più larga, meritata diffusione.

ALFONSO GIORDANO


Articolo inserito il 02/12/2011 18:53:25

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