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Santo Piazzese e Roberto Mistretta incontrano gli studenti

Sabato 22 maggio, i due autori hanno incontrato i liceali di Mussomeli per parlare dei loro libri

Roberto Mistretta e Santo Piazzese hanno incontrato il 22 maggio gli studenti del liceo classico di Mussomeli per parlare dei loro libri.
L’incontro iniziato poco dopo le 11, è andato avanti per un paio d’ore. Gli autori hanno avuto modo di parlare dell’arte dello scrivere e di confrontarsi con gli studenti che hanno posto diverse interessanti domande.
“Perché scrive gialli?” è stato chiesto a Piazzese.
“Una certa critica con la A maiuscola –ha risposto Piazzese- considerava prima del boom di Camilleri, che ha sdoganato il genere, il giallo una letteratura di serie B e siccome io sono un tipo snob ho voluto confrontarmi con tale gap e provare a scrivere un giallo che andasse oltre il giallo, cosa che feci con “I delitti di via Medina-Simonia”, ma è anche innegabile che se dovessi riscrivere oggi quel mio primo romanzo, lo scriverei in maniera completamente diversa”.
Se fosse costretto a non scrivere più gialli quale altro genere prediligerebbe? È stato chiesto ancora.
“La fantascienza, in quanto come il giallo permette all’autore di raccontare storie nelle storie che sono quanto di più reale possa esserci. Ma non mi dispiacerebbe neppure scrivere un romanzo d’amore, ma di quelli di un certo spessore, non i classici romanzetti di consumo”.
Piazzese ha poi spaziato dalle scuole di scrittura alla sicilianitudine che per lui non ha motivo di esistere, soffermandosi sulle sue passioni, la musica, il cinema, l’arte culinaria che giocoforza entrano nelle trame dei suoi libri e su come l’ambiente influenza la formazione di uno scrittore.
Gli studenti hanno quindi posto delle domande a Roberto Mistretta inerenti i suoi due romanzi gialli, “Non crescere troppo” e “Il canto dell’upupa” ambientati a Villabosco-Mussomeli, romanzi che affrontano tematiche scottanti come l’incesto e la pedofilia, scritti con un incastro di storie nella trama principale. Si è parlato del paragone inevitabile col maestro Camilleri: “Quando Elvira Sellerio mi disse conosci Camilleri, nel 1996 una settimana prima che uscisse il mio primo libro –è intervenuto Piazzese- dissi no, chi è? E allora mi diede da leggere La stagione della caccia e fu amore a prima vista, anche se leggendo la prima pagina pensai che la casa editrice avesse commesso un bel po’ di refusi. E' inevitabile visto il suo enorme successo per ogni autore che viene dopo confrontarsi con lui. Ma in fondo non va dimenticato che tutti noi abbiamo in comune con Camilleri la nostra lingua che è il siciliano”.
A Roberto Mistretta gli studenti hanno chiesto ancora uanto Camilleri abbia influito sulla sua scrittura e alcune somiglianze tra Montalbano e il suo protagonista, il maresciallo Bonanno.
“Il mio primo romanzo con protagonista il maresciallo Saverio Bonanno –ha detto l’autore- Non crescere troppo, lo scrissi nel 1996 e solo un anno dopo lessi per la prima volta Camilleri. Cominciai con Il ladro di merendine e poi lessi quasi tutti gli altri. Quindi nessuna influenza da parte di Camilleri. Anche la lingua usata è differente nel senso che Camilleri ha reinventato una lingua mentre io prendo a prestito locuzioni tipiche dalla parlata siciliana calata in un italiano sporco. Anche tra Bonanno e Montalbano le differenze sono notevolissime: il mio maresciallo dei carabinieri è incolto, è un pigro e ingrassa, è stato mollato dalla moglie per un atletico trapezista, ha una figlia di dieci anni con cui ha un rapporto conflittuale e una madre tipica siciliana. Non legge libri ma solo oroscopi e così via. In comune i due personaggi hanno solo la sensibilità e un alto senso del dovere che sommati al loro fiuto di sbirri, spesso li porta a risolvere casi intrigati che altrimenti resterebbero irrisolti”.






Articolo inserito il 23/05/2004 13:03:40

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