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I Siracusani su Sordide note infernali

Un servizio di due pagine sull'ultimo numero in edicola (ottobre 2005)

Il bimestrale di storia, arte e tradizioni del territorio siracusano, a pag. 9, pubblica per intero la prefazione di Santo Piazzese a Sordide note infernali.

Eccola: "La Sicilia non è terra di serial killer. Ci sarebbe, a rigore, la famosa storia di Giovanna Bonanno, la vecchia dell’aceto, la quale metteva in opera le proprie trame venefiche in una Palermo di fine settecento, percorsa da fremiti insur-rezionali, portatori di ideali alti. Ma la vecchia, in realtà, era solo una specie di killer a pagamento: la quasi totalità delle sue vittime erano i mariti di don-ne che aspiravano a una vedovanza accelerata.
Una sorta di divorzio alla sici-liana ante litteram. La sua fine è nota: fu scoperta (non per niente l’Illumini¬smo aveva favorito l’introduzione di un certo grado di scientificità anche nel-le indagini sui delitti) e impiccata “nella Piazza degli Ottangoli e cioè delle Quattro Cantoniere” di Palermo.

In epoca a noi più vicina ci sarebbe pure qualche episodio un po’ anoma-lo, come per esempio la serie di delitti, all’apparenza senza movente, com-messi negli ultimi anni in una certa area della Sicilia sud-orientale, con moda-lità che fanno pensare ad uno stesso autore. Ma che si tratti di un unico serial killer, finché non si scopre l’assassino, è tutto da dimostrare.
Non fanno testo nemmeno i tanti autori seriali di omicidi di mafia, uomi-ni del disonore che da troppo tempo infestano e impestano la Sicilia. Anche la loro operosità, direttamente o in modo trasversale, era ed è la risultante di dinamiche di tipo economico: il lato peggiore dei soldi.
Insomma, si potrebbe affermare che, almeno fino ad oggi - ma noi spe-riamo che duri - la Sicilia non sia una regione vocata all’omicidio seriale “pu-ro”. Per la verità, la cosa vale per tutti i sud del mondo. I serial killer sono più numerosi nelle società mature, opulente, nelle quali il delitto seriale, se troppo frequente, può essere perfino interpretato come un indizio di deca-denza per le aree che hanno raggiunto e consolidato un plateau di civiltà e di benessere. Sono società che, con l’evolversi parallelo dei costumi e dell’eco-no¬mia, hanno affiancato il delitto all’apparenza immotivato al delitto “fisio-logico”, quello cioè dettato da pulsioni forti: oseremmo definirli delitti inevi-tabili, commessi di volta in volta sotto la spinta dell’interesse economico, della gelosia, della vendetta, del carrierismo... E metto le virgolette intorno al vocabolo “fisiologico” perché quel tipo di delitti, per quanto “normale” rap-presenta pur sempre - come tutti i delitti - una patologia nel tessuto sociale.
Anche il delitto può essere un genere voluttuario. E obbedisce alle leggi della società consumista: lo spostamento dei consumi va dal necessario al superfluo man mano che cresce la capacità di spesa... o l’impatto della pub-blicità. Il vero serial killer, infatti, è un amatore del delitto. Egli agisce per vocazione, e solo per il suo piacere, cui talvolta non è estranea una sorta di sfida verso gli inquirenti che gli danno la caccia. Ovviamente è uno spostato. E siamo molto felici che questa genia non abbia finora messo radici nella nostra isola.
Tutto questo, come tutto il resto delle cose che ci appartengono, si ri-specchia nei romanzi. E nell’ormai vasta letteratura noir siciliana ci sono po-che tracce di romanzi imperniati sulla figura del serial killer. Anzi, a me non ne viene in mente uno. Per quanto ne so, questo di Roberto Mistretta è il primo. E, pur non sottovalutando la lezione di Sciascia, il quale sosteneva che la vera realtà è il romanzo, mi piace considerarlo alla stregua di un esor-cismo piuttosto che di una sinistra profezia. Se è davvero importante “nor-malizzare” la Sicilia anche nel delitto, accontentiamoci di farlo nei delitti di carta.
Roberto Mistretta è prolifico autore di belle trame nere dal forte impatto emozionale ed etico, alcune delle quali sono vere e proprie invettive contro il mondo, in gran parte sommerso, della pedofilia. In questo, gli è certamente di incentivo l’essere anche autore - anzi, per correttezza e per par condicio, diremo coautore - di numerosa prole. Suoi romanzi che hanno per protagoni-sta il maresciallo Saverio Bonanno - accattivante e umanissima figura di inve-stigatore soggetto alle terrene vicissitudini - sono stati pubblicati da una pic-cola casa editrice siciliana e sono in via di traduzione in Germania, ma egli merita di essere conosciuto da un pubblico più vasto anche in Italia.
In Sordide note infernali il maresciallo Bonanno cede il passo a un nuovo in-vestigatore, il commissario Angelo Duncan, detto Gelo, che deve a un padre americano il suo cognome. Gelo sostituisce alla bonomia del maresciallo Bonanno la nevrosi quasi ossessiva dell’investigatore di scuola hard boiled all’americana, ma rivisitato in salsa mediterranea, come è giusto che sia. Mi-stretta ne ricava un racconto serrato, tutto ritmo, non privo tuttavia di ab-bandoni, quando la situazione lo richiede. Questo romanzo è la storia della caccia a un serial killer che sembra volere farsi beffe della polizia - anzi, si di-rebbe, in modo specifico di Gelo Duncan - comunicando in anticipo, per mezzo di brevi messaggi criptici chi sarà la prossima vittima. Le vittime sono tutte donne e attorcigliato intorno al loro collo viene trovato il marchio dell’omicida: una minugia, cioè una corda di violino che, insieme con una straziante melodia suonata dopo ogni delitto, sarà il filo conduttore dell’inda¬gine. Il caso finirà con il segnare profondamente la vita di Duncan, colpito nei proprii affetti, nella carne viva. Un leone ferito, ma non a morte.
Mistretta ambienta le sue storie in un’area della Sicilia che non troverete su nessuna carta: la Montanvalle con i paesi del suo comprensorio. I siciliani doc, tuttavia, non avranno difficoltà a identificare nella Montanvalle il Vallo-ne di Mussomeli, nella cui geografia reale si distribuiscono paesi dai nomi suggestivi: Milena, Campofranco, Montedoro, Serradifalco, Acquaviva, Ara-gona, e la stessa patria di Sciascia, Racalmuto.
E’ una terra dal paesaggio stagionalmente schizoide, dolce e aspra, neb-biosa e assolata, arsa e annegata nel verde, dove ai calanchi gessosi e alle macca¬lube che disseminano di piccoli coni vulcanici le piane desolate, si al-ternano le sinuose colline dell’in¬terno, che accolgono l’ulivo, la vite, il fru-mento. Per non parlare di ciò che non si vede in superficie, i tunnel scavati negli immensi giacimenti di zolfo e di sale, coltivati per decenni, che per cen-tinaia e centinaia di chilometri si intersecano nel sottosuolo.
Un paesaggio la cui topografia sembra rendere fatale a uno scrittore am-bientarvi storie come quelle di Mistretta.
Il vero mistero, per me, è che nessuno ci avesse pensato prima.


Articolo inserito il 03/11/2005

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