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LA REPUBBLICA: Il serial killer che parla nisseno

Salvatote Falzone intervista Roberto Mistretta

A detta di Santo Piazzese – che ha battezzato con una breve ma energica prefazione il suo ultimo romanzo, “Sordide note infernali” (Todaro editore) – Roberto Mistretta sarebbe stato il primo, nell’ambito della letteratura noir siciliana, a partorire la figura di un serial killer. Non un comune assassino o un mafioso omicida ma, appunto, un serial killer. Che è qualcosa di più e di diverso: perché non solo uccide, ma uccide provandoci gusto; e perché in verità ama il delitto, verso cui si sente irresistibilmente attratto. Addirittura il serial killer di Mistretta, dopo averle “marchiate” attorcigliando loro al collo una corda di violino, usa anticipare il nome delle sue vittime (rigorosamente donne) per mezzo di arcani messaggi, ingaggiando così una sfida beffarda con il commissario Angelo Ducan, detto Gelo. Il quale, però, a fine indagine non tira soddisfatto un sospiro di sollievo ma scopre, anzi, di non essere uscito indenne dalla sua battuta di caccia, rimasto piuttosto vittima di un turbinio confuso di emozioni miste a sentimenti, razionalità ed affetti viscerali. Insomma, l’investigatore rimane intimamente segnato da questa storia, ambientata – come tutte le storie di Mistretta – nella zona di Montanvalle. Che sulla carta geografica non esiste, ma nella realtà sì, e corrisponde al Vallone di Mussomeli, il paese dove vive lo scrittore (e dove oggi, alle 17,30, presso i locali della Bcc “San Giuseppe” gli alunni del liceo classico presenteranno i suoi ultimi due libri). Quel Vallone dimenticato da Dio e dagli uomini, tutto campagna e campi di grano, attraversato da lente mietitrebbia e popolato da miniere di zolfo desolate, solcato da strade vecchie e piene di curve. Un’area di Sicilia silenziosa, fredda d’inverno e infuocata d’estate, che a pensarci sembra davvero fatta apposta per ambientarvi gialli. Tanto che lo stesso Piazzese si domanda come mai nessuno, prima di Mistretta, ci abbia pensato prima.
“Ma nei miei romanzi – comincia lo scrittore di Mussomeli -, al di là di quello che ad una prima lettura traspare, l’uso della trama gialla funziona da calappio per raccontare storie scomode, intrappolando il lettore in un intreccio, che cerco di rendere avvincente, così da farlo arrivare alla fine del libro senza covare il desiderio di impiccare l’autore al primo albero”.
E allora perché ha scelto proprio questo genere letterario? “Perché a ben pensarci – risponde - da noi il giallo è un modus viventi, la stessa natura tragediosa dei siciliani è il nostro essere, i rapporti fatti di gesti e occhiature. Da noi si possono fare interi discorsi senza aprire bocca, basta un gesto del capo, un increspar di labbra, uno sbattere d’occhi e si è detto quel che si doveva dire. Ogni cosa ha un suo codice, nasconde un proprio messaggio cifrato”.
Dice Mistretta, 43 anni, giornalista e padre di una nidiata di figli, di volere raccontare le sue storie senza tradire quella che definisce identità siciliana – “siamo normanni e saraceni, spagnoli e greci e svevi e angioini, barbari e galantuomini” – ma senza risultare banale e ripetitivo. Ecco perché archiviò il suo primo romanzo, “Naja fottuta”, in buona parte autobiografico e tuttora inedito, e si cimentò nella sua prima opera ambientata in Sicilia.
“Scrissi “Cronache di provincia” – racconta - con protagonista il giornalista Franco Campo (e i suoi burrascosi rapporti col padre). Alter ego femminile, Marta, disegnatrice (e pessimi rapporti con Anael, figlia adolescente). Mentre scrivevo della nostra terra e della nostra gente, in maniera quasi inconscia prendevano forma gialli irrisolti, cupi misteri, inconfessati segreti che accompagnavano i vari personaggi. Mi chiesi quindi che fare: scrivere una storia d’amore o un giallo? La risposta venne da sé con un’altra domanda: perché non entrambi?”
Successivamente inventò un altro personaggio, il maresciallo Saverio Bonanno, alle soglie della quarantina, scalcagnato, irascibile e pieno di problemi quanto d’umanità. “In questa seconda prova di giallo atipico – continua -, decisi di usare due forme di scritture diverse: una più diretta e immediata per raccontare di Bonanno e delle sue indagini, e un’altra più classica, ché se Bonanno è siciliano fino alla radice dei capelli e vive e soffre in terra di Sicilia, l’altra storia che mi premeva narrare è universale. Tant’è vero che due mesi fa è uscito in Germania, Austria e Svizzera, la prima avventura di Bonanno, dal titolo Das falsche spiel del fischer (Il gioco sporco del pescatore)”.
Pare che la passione di Mistretta per il noir sia destinata a portare altri frutti. Proprio in questi giorni ha consegnato all’editore “Rivoli di sangue tra le dita” (titolo provvisorio, sequel di “Sordide note infernali”) con prefazione di Giancarlo De Cataldo, l’autore di “Romanzo criminale”. Ancora un altro giallo. Eppure i suoi commissari investigatori assomigliano poco ai grandi come Sherlock Holmes. E’ così?
“In verità la mia passione per il giallo classico non era mai andata prima al di là della semplice curiosità letteraria e tra Poirot e Miss Marple, della Christie preferisco Parker Pyne, un altro suo personaggio per niente investigatore. E alla supponente saccenteria di Sherlock Holmes preferisco infatti i limiti investigativi di Belascoran, ex ingegnere ed investigatore per caso inventato da Paco Ignacio Taibo II. Insomma, agli infallibili e superlativi investigatori, di gran lunga prediligo eroi non eroi, come il pugile poliziotto di “Dalia nera” di Ellroy o il giovane Cristopher Snow di Dean Koontz, gravemente menomato nel fisico ma fatalista e vitale”. Non solo. Preferisce Gino Cervi nei panni di Peppone anziché in quelli di Maigret. “Non mi piace – spiega - l’investigatore che risolve sempre tutto grazie alla sua mostruosa abilità e torna a farmi sentire un deficiente”.
Ma allora perché continua a scrivere gialli?
“Francamente non lo so. Sono convinto che ogni scrittore scrive e racconta le cose che conosce ed ha dentro, coi mezzi che sente più congeniali e funzionali alla storia. Ma non ho la pretesa di essere uno scrittore di gialli, né mi sento uno scrittore di genere, tant’è che ho scritto e scrivo anche altra roba, come ad esempio fiabe, favole e romanzi per ragazzi. Insomma, comunico le mie emozioni scrivendo storie che a volte vogliono solo essere raccontate”.
C’è comunque un legame fra la professione di cronista e la sua “vocazione” al giallo?
“Ogni giorno - conclude - mi tocca occuparmi del disoccupato che vuole darsi fuoco o del gatto morto appeso alla porta del sindaco, del giocatore incallito massacrato a bastonate o del feticista che ruba il reggiseno alla vicina. Un microcosmo di realtà intrisa di giallo e mistero, che si snoda giorno dopo giorno nell’area del Vallone dove vivo, ovvero nella Montanvalle letteraria dei miei libri”.

Salvatore Falzone


Articolo inserito il 21/05/2006 09:28:08

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