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La Tela nera mette sulla graticola Roberto Mistretta

Un'intervista a cura di Andrea Franco (http://www.operanarrativa.com)

[Andrea Franco]: Buongiorno e grazie per la gentile disponibilità. Entriamo subito nel vivo. Ci parli di lei. La sua biografia è ricca e lascia a bocca aperta, ma per conoscere veramente Roberto Mistretta, l’uomo, non lo scrittore, cosa dovremmo sapere?

[Roberto Mistretta]: Buongiorno a voi e grazie per l’ospitalità. Compirò a breve 43 anni. Sono nato a Mussomeli (CL), la Villabosco dei miei romanzi. Sono cresciuto in Sicilia e mi porto dentro i pregi e i difetti dei siciliani doc. Non sopporto le prepotenze e l’indifferenza verso le problematiche sociali e verso ogni forma di abuso contro i più deboli.
Sono sposato e padre di sei figli, svolgo più lavori per avere il frigo sempre pieno e arrivare a fine mese senza entrare in banca con la pistola spianata, visto che con l’euro i prezzi sono raddoppiati e una famiglia come la mia, richiede spese costanti. Tra i miei vari lavori c’è anche quello di scrivere.

[AF]: C’è un momento nella vita di ogni scrittore in cui si matura la consapevolezza di voler (o dover) prendere in mano la penna e raccontare una storia. Come e quando è accaduto a lei?


[RM]: Ero stato congedato dall’Esercito Italiano nell’agosto del 1984. Non era stata una bella esperienza. A distanza di anni, continuavo ad avere un incubo ricorrente: per un banale errore, venivo richiamato alle Armi, all’errore non si poteva porre rimedio quindi bisognava fare altri 12 mesi di naja. Un incubo, appunto. Me ne liberai nel 1989, scrivendo “Naja fottuta”, il mio primo romanzo, autobiografico, rimaneggiato decine di volte e tuttora inedito.


[AF]: È molto raro trovare scrittori eclettici che sappiano mantenere alti livelli in ogni genere che sperimentano. Lei ha scritto molto per ragazzi, ma allo stesso tempo si presenta in libreria con libri di tutt’altro genere. In che modo decide se dare vita a una giallo oppure a una fiaba? Si lascia trascinare dalle emozioni che le nascono dentro oppure è tutto frutto di un’ottima organizzazione?

[RM]: Intanto grazie per il complimento. Devo confessare che non esiste nessuna organizzazione nel mio modo di scrivere: con sei figli, di cui tre piccoli e uno piccolissimo e pestifero, sfido chiunque ad avere una vita organizzata. Io ci ho provato, ma il mio studio/bunker, non resiste a lungo al loro assedio. Scrivo quando posso e quando maturano in me, storie che vogliono solo essere raccontate e messe su carta, poco importa se sia un romanzo o una fiaba, anche se i tempi di scrittura sono giocoforza diversi. Credo che nel passare con facilità da un genere ad un altro, mi sia d’aiuto il lavoro di giornalista: ogni giorno mi occupo di cronaca nera e bianca, di cronaca rosa e politica, di sport e cultura, quindi ho dovuto fare l’abitudine ai vari generi. Poi è chiaro che le emozioni influiscono e caratterizzano, non poco, la storia su cui si sta lavorando in quel momento. Devo anche confessare che trovo grande ispirazione in mia moglie, capace di sussurrarmi gli incipit di fiabe dolcissime, o ricaricarmi le batterie scariche, per continuare a scrivere con ritrovato entusiasmo, storie che, magari, sono ad un punto morto da settimane. Senza di lei non avrei fatto quello che faccio.


[AF]: Scrivere non è cosa semplice e sono diverse le difficoltà che incontra un autore nella pianificazione e poi nella realizzazione di un libro. Qual è il genere che le chiede maggiori attenzioni e quello invece in cui si trova più a suo agio?

[RM]: Per quanto mi riguarda, difficilmente pianifico. Mi diverto moltissimo a scrivere e lavorare coi bambini, ad esempio quelli delle scuole che hanno adottato i miei testi. I bambini e i loro insegnanti, hanno fatto lavori eccezionali: hanno letto e commentato i miei testi, li hanno reinventati, interpretati, illustrati, messi su dvd. Poi magari in libreria, si trova il mio ultimo noir col commissario Gelo Duncan che dà la caccia al primo serial killer siciliano, e questo la dice lunga sulla mia personalità disturbata. In realtà quando scrivo fiabe o romanzi per bambini (a patto che non siano storici), posso andare a ruota libera. Discorso diverso quando ambiento le storie per adulti in contesti ben precisi, luoghi che vanno fatti respirare e sentire in maniera vivida al lettore, oppure quando mi cimento nei gialli o noir che dir si voglia. Qui esistono delle regole che vanno rispettate e dalle quali non si può prescindere. Io per la verità spesso le stravolgo, perché mi piace sperimentare ed infatti uso linguaggi diversi a seconda della storia narrata e, in “Sordide note infernali” ad esempio, già nelle prime due pagine, si sa cosa accadrà alla fine del libro al commissario Gelo Duncan. Una mossa azzardata per uno scrittore di gialli? Un errore che spiazza il lettore? No, a giudicare dall’accoglienza e dagli apprezzamenti raccolti proprio dai lettori.


[AF]: Parliamo un po’ dei suoi personaggi e in particolar modo del maresciallo Saverio Bonanno. Come è nato? È un personaggio totalmente inventato oppure ha conosciuto davvero un Bonanno che poi ha romanzato?

[RM]: Finora ho inventato diversi personaggi, i sei cuginetti protagonisti dei romanzi per ragazzi, il giornalista Franco Campo, il commissario siculo-americano Gelo Duncan ed appunto il maresciallo Saverio Bonanno.
Bonanno è nato nel 1997, per dare colore e fare da cornice umana e simpatica, alla storia a tinte fosche che volevo raccontare: incesto e violenze familiari.
Credo di avere conosciuto tanti Bonanno, uno per ogni singolo maresciallo dell’Arma dei carabinieri, con cui, per motivi legati al mio lavoro di giornalista, mi sono dovuto confrontare di volta in volta in tutti questi anni. Bonanno si può dire dunque, che è la sintesi, nel bene e nel male, di questi fedeli servitori di uno Stato lontano e, spesso, troppo distratto verso coloro che, appunto come i carabinieri (quelli con la C maiuscola, ché i lestofanti si trovano pure nell’Arma), rischiano la vita ad operare in territori ad alto rischio come sono quelli siciliani. Qui dove vivo io, vale a dire la Montanvalle letteraria, si trova “lo zoccolo duro di Cosa nostra”. Lo scrive la Commissione Antimafia nel suo ultimo rapporto.

[AF]: Il suo lavoro di cronista ha in qualche modo influenzato le storie che racconta?

[RM]: Indubbiamente. La prima storia di Bonanno, “Non crescere troppo”, prende spunto da un reale fatto di cronaca accaduto nel circondario: una ragazzina violentata per anni in famiglia. Ho avuto la fortuna/sfortuna di leggere i verbali dei carabinieri, circa le dichiarazioni della ragazzina, e di vedere le foto in posa erotica del suo abusatore. Ne rimasi sconvolto e decisi di dare voce al dolore di quanti, come quella ragazzina, gridavano il proprio dolore al mondo intero, ma nessuno la udiva, finché ricoverata in ospedale per una banale appendicite, si prese una sbandata per un infermiere e gli confidò tutto. Lui riferì alla caposala che avvertì i Servizi sociale e quindi intervennero i carabinieri. Un sottufficiale si travestì da medico e, con un camice addosso, raccolse il dialogo privato tra la madre (che non voleva che la storia si sapesse), e la ragazzina, presentandosi poi per quello che era: un maresciallo dei carabinieri, un piccolo grande eroe che salvò la ragazzina dal subire altri abusi e costrinse la madre a dire tutto quello che sapeva.

[AF]: Il Maresciallo Saverio Bonanno non è un superuomo. E dal giallo classico siamo stati abituati troppo spesso a personaggi dalle capacità incredibili. Il suo protagonista invece ha il sapore genuino dell’autenticità. Pregi e difetti, come ogni uomo su questa terra. Un personaggio più difficile da gestire forse rispetto ai vecchi Poirot, Wolfe, Holmes, ma che non lascia il lettore con un senso di irrealtà. Bonanno ti prende, ti strappa dalla poltrona e di catapulta nel suo mondo. Che rapporto ha lei con il giallo classico?

[RM]: Diciamo che amo i libri scritti bene, quelli che sento autentici, e non solo frutto dell’abilità del narratore, e magari con super protagonisti, e appunto per tale motivo, poco credibili e lontani anni luce dal nostro essere uomini di ogni giorno. Col giallo classico ho un rapporto di deferenza e curiosità: in quelle storie, il lettore viene sfidato a risolvere l’enigma, contestualmente a geni del calibro di Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe. Per fortuna ci ha poi pensato Simenon, regalandoci un umanissimo Maigret, a riportare l’investigatore ad una dimensione meno geniale e tanto più alla nostra portata. Una lezione che abbiamo raccolto in tanti. Bonanno non ha nulla di geniale, anzi, ma ha un suo personale senso dell’etica e una grande sensibilità, doti preziose per chi svolge un lavoro come il suo in un contesto difficile come la Sicilia.

[AF]: Cosa significa per Mistretta raccontare la propria Sicilia?

[RM]: Significa potere dare voce all’amore verso la mia bellissima terra, piena di colore e di profumi, con tramonti e aurore che sono pura poesia. Da nessuna parte il grano ha un colore così pieno e il mare un azzurro così intenso. Ma significa anche non nascondersi dietro le tante magagne che vi allignano, le piccole furberie dei politicanti e dei prepotenti di turno, l’indifferenza della gente verso tutto ciò che appartiene al pubblico, l’ignavia e la rassegnazione tipica di un intero popolo, quello siciliano, abituato ad essere preso a calci nel didietro dal signorotto locale: ieri era il nobilastro, oggi è il mafioso o l’intrallazzatore truffaldino. Coi miei libri in altri termini, posso anche raccontare in tutta sincerità, le tante contraddizioni della mia terra, cosa che non sempre si può fare sui giornali.

[AF]: Ha pubblicato recentemente con la Todaro Editore. Come giudica il suo
rapporto editoriale con questa casa editrice (che offre spazio anche agli
esordienti assoluti) e che esperienza è stata lavorare con Tecla Dozio, che
dirige la sua collana gialla Impronte?

[RM]: Tecla Dozio è un mito, una vera professionista e una persona eccezionale, con un gran fiuto verso i gialli di qualità, dotata di smisurata generosità anche verso illustri sconosciuti. Lavorare con lei è sempre un piacere, anche quando esercita in maniera inflessibile il suo ruolo di direttrice della collana Impronte.
Pubblicare con Todaro, che è un prezioso editore di nicchia, è stata una bellissima esperienza. Veronica Todaro, la titolare, sembra l’anima gemella di Tecla. Con loro mi sono trovato benissimo e a settembre avrebbe dovuto uscire anche il sequel di Sordide note infernali, dal titolo “Rivoli di sangue tra le dita”, con prefazione del grande Giancarlo De Cataldo. Sennonché, le strategie di marketing del mio nuovo editore, che sta per ripubblicare il maresciallo Bonanno, hanno di fatto bloccato l’uscita di quel nuovo romanzo.

[AF]: Bonanno e Villabosco hanno rapito il cuore dei lettori di lingua tedesca (e si parla di Spagna, sud America, Francia e Inghilterra… una galoppata senza fine). Per il suo Il Gioco Sporco del Pescatore (Das Falshe Spiel des Fishers in tedesco), si registrano vendite da capogiro. Quanto è importante per la letteratura italiana superare le frontiere e “conquistare” l’Europa (e il mondo)? E per Mistretta che valore ha?

[RM]: Credo che per ogni autore, uscire dalle proprie frontiere, sia una conquista. In Italia si scrive troppo e si legge poco, da qui le difficoltà incontrate da nuovi autori per farsi pubblicare e, successivamente, per farsi conoscere. Per me, essere tradotto ed apprezzato in Germania, Austria e Svizzera, ha un significato speciale che mi riempie di legittima soddisfazione, non avendo temuto, l’editore tedesco, il cosiddetto cono d’ombra camilleriano, che in Italia, al contrario, ha impedito finora al maresciallo Bonanno di essere conosciuto adeguatamente, visto che gli editori avevano paura del confronto con Montalbano.

[AF]: Spesso i giovani autori si dimenticano della possibilità di "vendersi" all'estero, concentrati come sono a imporsi in Italia. Com'è arrivato a tale risultato? Ci sono prerequisiti fondamentali per riuscirci?

[RM]: Non credo esistano prerequisiti fondamentali: ciò che conta è quello che si scrive e come si scrive. Nel mio caso, tutto è accaduto in maniera casuale. Ero ospite della Fiera del libro di Torino, nel 2003. Tecla Dozio presentava “Il canto dell’upupa”, la seconda avventura del maresciallo Bonanno. Aveva incontrato un’agente letteraria tedesca, Juliane Roderer, e l’aveva invitata alla presentazione che, per altro, andò molto bene per due motivi, credo: avevo portato i cannoli siciliani freschissimi ed era presente un folto pubblico, grazie alla meritoria opera dell’associazione culturale siciliana “Terra manfridae“. A fine presentazione, Juliane si fece avanti, comprò il mio libro, ci scambiammo i bigliettini con rispettive e-mail. Si fece viva dopo alcuni mesi. Aveva letto e le era piaciuto molto. Mi propose un contratto per rappresentarmi, firmai, e cominciò a lavorare, riuscendo a vendere tutta la serie di Bonanno, con opzione sui prossimi libri, ad una grossa casa editrice tedesca, la Luebbe, che ha investito molto nel mio maresciallo. L’esordio risale a marzo 2006, la Luebbe ha dedicato a Bonanno le prime quattro pagine del suo nuovo catalogo.

[AF]: Ha un agente letterario che cura i suoi interessi? Cosa ne pensa di queste figure professionali?

[RM]: Ne ho due, Juliane per i Paesi di lingua tedesca, e Roberta Oliva per l’Italia e il resto del mondo, da qui i contatti per eventuali altre traduzioni all‘estero.
Degli agenti letterari penso tutto il bene possibile (di quelli seri però, ché di truffaldini che cercano di spennare il povero autore, ne esistono a iosa anche in questo campo). Sono degli esperti nel loro settore, conoscono il mercato, le collane dei singoli editori ed hanno un canale privilegiato per trattare la vendita delle opere dei loro autori. Il problema semmai, per un autore poco noto, è trovare un agente letterario serio.

[AF]: Un consiglio ai giovani aspiranti autori: come è riuscito a trovare il tempo per scrivere narrativa? Come ha organizzato la sua routine settimanale per riuscirci?


[RM]: Non mi piace dare consigli a chicchessia, ritengo che ognuno debba essere libero di esprimersi secondo le proprie corde. Credo comunque, che bisogna scrivere solo quando si hanno storie da raccontare, per intenderci quelle storie che non ti lasciano dormire finché non le butti fuori. Parlo per esperienza personale: quando Bonanno o Gelo Duncan premono, devo alzarmi anche alle cinque di mattina per dare loro gli spazi necessari ad agire. Il tempo dunque, lo si trova, sottraendolo ad altre occupazioni, al riposo, agli hobby, alla famiglia. Sono organizzato in maniera caotica (coi miei lavori e la mia super famiglia non potrebbe essere altrimenti), e quindi scrivo appena ho ritagli liberi, di preferenza al mattino presto, per poi rivedere il lavoro nel pomeriggio o appena posso.

[AF]: Prima di diventare tale, ogni scrittore prima di tutto è un lettore. Quali sono le letture che la hanno influenzata maggiormente? E il libro che rileggerebbe senza stancarsi?

[RM]: Non parlerei di influenza vera e propria, anche se non è facile rispondere, talmente tanti e diversissimi tra loro, sono gli autori che ho letto fin dalla più tenera età e che, certamente, in un modo o nell’altro, hanno lasciato in me un pizzico delle loro fatiche: da Sciascia a Guareschi a Voltaire, compreso l’immenso Robin Wood, autore argentino, che scrive fumetti ma è un genio. Tra i miei libri preferiti, rileggo volentieri “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Taras Bulba” di Gogol, “Le ceneri di Angela” di McCourt e tanti, tanti altri, soprattutto la Bibbia ma anche le poesie in vernacolo di Ignazio Buttitta.

[AF]: Se dovesse presentarsi con un suo solo libro a un lettore che non la conoscesse, da quale testo si farebbe rappresentare?

[RM]: Sicuramente da “Il canto dell’upupa”, perché ho pianto quando l’ho scritto. Erano accaduti, a Palermo, i fatti dell’Albergheria, con tanti bambini rimasti vittima di pedofili in quel quartiere. Due coraggiosi sacerdoti, denunciarono quegli abusi ma accadde che i genitori se la presero coi sacerdoti , rei di avere reso pubblica la vergogna, e non coi pedofili. Così è nato “Il canto dell’upupa”, per rendere giustizia a tutti i bambini abusati di questo mondo. Un libro sofferto quindi, a cui sono molto legato.

[AF]: Cambiamo per un attimo argomento: passiamo alla musica. Scrivere canzoni non è la stessa cosa che scrivere racconti o romanzi, ma lei si è cimentato con successo anche in questo. Che significato ha per lei la musica?

[RM]: Amo la musica, sono cresciuto a pane e De Andrè, Lolli, Guccini, De Gregori, Rino Gaetano, Pink Floyd, Genesis, Bob Dylan, Jim Morrison. Scrivere quei testi è stata una scommessa con me stesso, a seguito di un paio di inviti rivoltimi da compositori che poi li hanno musicati.

[AF]: Ascolta qualcosa mentre scrive oppure lavora immerso nel silenzio?

[RM]: Ascolto sempre la musica, da quella classica a quella leggera al rap alla musica siciliana, ma succede che quando sono immerso nella trama del romanzo che sto scrivendo, praticamente non sento nulla attorno a me, se non i pensieri che vanno a mille dietro la storia e dentro ai personaggi e alle loro emozioni.

[AF]: Se dovesse suggerire la colonna sonora per un film del suo maresciallo Bonanno, che artista sceglierebbe?

[RM]: Penso a Franco Battiato, perché è siciliano come me, abituato a vedere gli stessi orizzonti e a respirare gli stessi odori, e poi di recente ha anche diretto un film.

[AF]: Per concludere, può già anticiparci qualcosa sui suoi progetti futuri. Noi sappiamo che qualcosa bolle in pentola, ma lei cosa può dirci?

[RM]: La mia traduttrice tedesca, Katharina Schimt, ha appena ultimato la traduzione de “Il canto dell’upupa” che uscirà nella primavera 2007 e sarà presentato in anteprima al prossimo Salone di Francoforte.
Un mio racconto lungo, “Il plebiscito dell’immortalità”, uscirà in un’antologia inglese nei prossimi mesi. A maggio del 2007, con nuovo big dell’editoria italiana, Cairo editore, sarà ripubblicato “Non crescere troppo”. Attualmente sto lavorando alla quinta avventura del maresciallo Bonanno dal titolo “La mano d’ombra” a cui ne seguirà subito dopo una sesta. In cantiere, anche la terza avventura del commissario Gelo Duncan.

[AF]: La ringraziamo ancora una volta per la sua disponibilità.

Grazie a voi e alla pazienza dei lettori che ci hanno seguito fin qui senza avere voglia di strozzarci.


Articolo inserito il 13/08/2006 18:27:25

Ulteriori approfondimenti su: http://www.latelanera.com/editoria/interviste/intervista.asp?id=67

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