L’uso del giallo nei miei libri ha funzione di calappio per raccontare storie scomode, storie di vita vissuta, intrappolando il lettore in una trama che mi auguro possa risultare avvincente così da arrivare alla fine del libro senza covare il desiderio di impiccare l’autore al primo albero.
Credo che si possano raccontare storie anche dure e drammatiche senza per questo fare scendere il latte alle ginocchia del lettore.
Ma torniamo al giallo, colore dominante in Sicilia: dagli agrumi della conca d’oro al grano che biondeggia negli ex latifondi, teatro di tante battaglie ai tempi dell’occupazione contadina, al giallo scuro delle stoppie d’estate ed al giallo fuso del sole di Sicilia che picchia e martella e squaglia.
Da noi il giallo è un modus viventi, la stessa natura tragediosa dei siciliani, il loro essere, i rapporti fatti di gesti e occhiature. In Sicilia si possono fare interi discorsi senza aprire bocca, basta un gesto del capo, un increspar di labbra, uno sbattere d’occhi e si è detto quel che si doveva dire. Ogni cosa ha un suo codice, nasconde un proprio messaggio cifrato. Tra siciliani si ci capisce al volo e quando non ci si capisce si trova lo stesso il modo di intendersi e se non ci si intende....
Come raccontare storie quindi senza tradire tale eredità trasmessami da intere generazioni di siciliani, impasto cromosomico di svariati popoli che hanno fatto tappa nella nostra isola?
Siamo normanni e saraceni, spagnoli e greci e svevi e angioini. E barbari. E uomini, di Sicilia.
Come dunque?
Era impossibile, almeno per me. Me ne sono reso ben presto conto quando, archiviato il mio primo romanzo in buona parte autobiografico, Naja fottuta (ancora inedito), e diversi racconti, mi sono cimentato nella mia prima opera ambientata in Sicilia.
Era il 1996. Volevo raccontare il conflitto nei rapporti generazionali, l’incomunicabilità che sempre più spesso alligna nelle nostre famiglie, in Sicilia come altrove, dove la comunicazione è una non comunicazione, uno scambio di battute superficiali. Genitori e figli si parlano sempre di meno mentre guardano la tivù, le famiglie di una volta non esistono più.
Cominciai così a scrivere “Cronache di provincia”, da un lato il protagonista maschile, il giornalista Franco Campo e i suoi burrascosi rapporti col padre. Dall’altro Marta, disegnatrice e i suoi pessimi rapporti con Anael, figlia adolescente.
Era fin troppo chiaro che i due protagonisti dovevano incontrarsi nella trama e così, dopo avere gettato le basi ed avere preparato il terreno, fui colto da dubbio atroce e per diversi giorni rimasi bloccato. Infatti mentre scrivevo della mia terra e della mia gente, in maniera quasi inconscia prendevano forma gialli irrisolti, cupi misteri, inconfessati segreti che accompagnavano i vari personaggi.
Mi chiesi quindi che fare: scrivere una storia d’amore o un giallo?
La risposta venne da sé con un’altra domanda: perché non entrambi?
Proviamoci mi dissi. Sei mesi dopo “Cronache di provincia”, scritto nei ritagli di tempo era completo. Lo spedii alla Pequod casa editrice di Ancona con la quale avevo ottimi contatti e la promessa mai mantenuta di pubblicare i miei scritti. Nel frattempo continuai a scrivere e stavolta, per raccontare la storia che leggerete in “Non crescere troppo”, inventai un altro personaggio il maresciallo Saverio Bonanno, scalcagnato, irascibile e ricco di problemi quanto d’umanità.
In questo seconda prova di giallo atipico, ho preferito usare due forme di scritture completamente diverse: una più diretta e immediata per raccontare di Bonanno e delle sue indagini e un’altra più classica ché se Bonanno è siciliano fino alla radice dei capelli e vive e soffre in terra di Sicilia, l’altra storia che mi premeva narrare ha una sua funzione più universale. Da qui la scelta di due storie parallele con due linguaggi differenti. Scelta che ha accompagnato anche gli altri miei scritti con protagonista Bonanno giunto alla sua quarta indagine (ancora inediti).
Epperò per uno scrittore esordiente che non vuole pagare per pubblicare con pseudo-editori, trovare un editore che crede in lui è come azzeccare una quaterna secca sulla ruota di casa.
Ma non è il caso di tediarvi con questa storia che meriterebbe una discussione a parte. Torniamo al mio primo romanzo giallo, “Cronache di provincia”. Nel 2000, con mia somma sorpresa mi ritrovo nella ristretta cerchia dei finalisti al premio “Alberto Tedeschi” giallo inedito Mondadori.
Sono più che sorpreso: non ho mai partecipato a quel concorso. Mi informo e dalla Mondadori mi dicono che i manoscritti ritenuti meritevoli partecipano d’ufficio.
Vengo invitato a partecipare a Gialloestate e così nel 2001 con “La spirale d’Archimede” racconto lungo con protagonista il maresciallo Bonanno, mi piazzo secondo. Anche in quel caso il premio è patrocinato dalla Mondadori e conosco Sandrone Dazieri, consulente del Giallo Mondadori. E scrittore a sua volta, avendo inventato il gorilla e il socio. Mi invoglia a continuare.
Mi dico che allora i miei scritti, gialli o non gialli che siano, non sono proprio da buttare via. Mi rimetto in moto e trovo finalmente un minuscolo ma serio editore, Terzo Millennio di Caltanissetta, e dopo una lunga attesa posso tenere tra le mani il mio primo libro: Non crescere troppo, romanzo giallo.
Invero la mia passione per il giallo classico non è mai andata al di là della semplice curiosità letteraria e tra Poirot e Miss Marple, della Christie preferisco Parker Pyne, un altro suo personaggio di certo meno “mostro” e più umano.
Alla supponente saccenteria di Sherlock Holmes preferisco i limiti investigativi di Belascoran, ex ingegnere ed investigatore per caso inventato da Paco Ignacio Taibo II, che di certo mi appare molto più umano e non mi fa sentire un cretino.
Agli infallibili e superlativi investigatori di gran lunga prediligo eroi non eroi, come il pugile poliziotto di “Dalia nera” di Ellroy o il giovane Cristopher Snow di Dean Koontz, gravemente menomato nel fisico ma fatalista e vitale.
E per essere sincero fino in fondo, Gino Cervi lo preferisco nei panni di Peppone che in quelli di Maigret, non fosse altro che Guareschi e i suoi personaggi padani densi d’umanità non hanno rivali.
Ormai l’avete capito: non mi piace l’investigatore che risolve sempre tutto grazie alla sua mostruosa abilità e torna a farmi sentire un deficiente.
Ed allora perché scrivo gialli a mia volta?
Onestamente non lo so. Sono convinto che ogni scrittore scrive e racconta le cose che conosce ed ha dentro coi mezzi che sente più congeniali e funzionali alla storia. Così per raccontare la cruda storia di Teresa in “Non crescere troppo” o quella di Michelino ne “Il canto dell’upupa” mi sono servito della trama gialla.
Ma non ho la pretesa di essere uno scrittore di gialli. Non credo di esserne all’altezza (in fondo la mostruosa bravura degli investigatori è solo degli scrittori loro inventori). Né mi sento uno scrittore di genere, tant’è che ho scritto e scrivo anche altra roba.
Al pari di tanti altri scrittori, comunico le mie emozioni scrivendo ed inventando storie che a volte vogliono solo essere raccontate. Da dieci anni svolgo un secondo lavoro, il giornalista, che mi piace da matti. Ed ogni giorno mi tocca occuparmi del disoccupato che vuole darsi fuoco e del gatto morto stecchito appeso alla porta del sindaco, del giocatore incallito massacrato a bastonate e del feticista che ruba i reggiseno alla vicina.
Una realtà intrisa di giallo che è la mia realtà, un microcosmo che si snoda giorno dopo giorno nell’area del Vallone, ovvero nella Montanvalle letteraria che trovate nei miei libri.
Bonanno o Franco Campo e più avanti Gelo Duncan, in fondo sono solo dei siciliani che si trovano invischiati in storie più grandi di loro. Piccole grandi tragedie che, in definitiva, credo siano proprie dell’uomo, in qualunque posto esso viva.
Roberto Mistretta